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Argentina: Territorio, popolazione, religioni, lingua

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La crisi economica e le sue vie d'uscita

CRISI ARGENTINA

 

 

Negli ultimi 30 anni in America Latina si sono diffuse le politiche neoliberiste, con programmi dicacelorazo aggiustamento strutturale, accordi sul libero commercio e una progressiva dipendenza economica di tutta la regione dagli USA. L’uscita dalla crisi mondiale degli anni ’70 non è stato il prodotto di una transizione graduale, condotta dalle forze del mercato, ma il risultato di una politica di riorganizzazione dell’economia internazionale con gli USA in testa. Il nucleo di questa politica è stato la liberalizzazione del mercato delle merci. A questo obiettivo iniziale si aggiunge, negli anni ’80 una liberalizzazione completa sia dei movimenti del capitale, sia dei servizi. Queste scelte hanno pesato molto sulle classi lavoratrici, che hanno visto smantellate numerose conquiste storiche (come gli aumenti salariali) e il peggioramento delle loro condizioni di lavoro di contro all’aumento della produttività. Liberalizzazione e peggioramento delle condizioni di lavoro sono, quindi, le due caratteristiche che definiscono la tappa che si apre con la crisi degli anni ’70. All’interno di questo schema, le sofferenze patite dai paesi in via di sviluppo, sono state di una grandezza insolita. La crisi internazionale degli anni ’70 pose fine all’industrializzazione dei paesi periferici. Tanto più in Argentina dove questo compito fu svolto dalla dittatura militare al potere dal 1976. Dal punto di vista politico, l’obiettivo è stato la sconfitta della classe operaia industriale che era riuscita ad evitare una caduta del salario e a mantenere per sé un’alta quota del reddito nazionale. Il processo di apertura e di liberalizzazione economica che la dittatura iniziò, ha portato debito esterno, ristrutturazione dell’apparato produttivo e distribuzione regressiva del debito. L’indebitamento non ha solo effetti economici, ma assume anche una dimensione politica. Infatti gli organismi finanziari internazionali, FMI e BM, resero strutturali il disequilibrio esterno e la crisi fiscale dello Stato. Così il debito con l’estero e il suo costante rifinanziamento hanno permesso l’adozione di piani di aggiustamento strutturale, di riforme dello Stato e privatizzazioni. Con la presidenza di Carlos Menem la situazione economica negli anni '90 era andata peggiorando, a causa della sua politica neoliberista (tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, incentivi agli investimenti stranieri, parità peso-dollaro). Il tasso di disoccupazione superava il 20% e tendeva a crescere, le attività produttive erano in stagnazione, il debito estero fuori controllo. Tutti sintomi, questi, che lasciavano capire come il modello economico dell’America Latina non funzionasse affatto. Il 20 dicembre del 2001 una rivolta popolare obbligò, l’allora presidente, De la Rua, a dare le dimissioni. Sembrava di essere di fronte al tracollo della più prospera economia dell’America Latina, ma in realtà i sintomi della crisi argentina si potevano avvertire da tempo. Le privatizzazioni erano state molto attraenti dal punto di vista delle classi predominanti. Dal punto di vista dei lavoratori questo trasferimento di imprese statali in mani private significò riduzione di personale, aumento delle ore di lavoro, diminuzione della sicurezza negli ambienti di lavoro ecc. Questi fenomeni hanno permesso una rapida crescita dell’economia argentina dal '90 in poi, una crescita però priva di una solida base produttiva nazionale, e basata soprattutto sugli investimenti stranieri trascinati da un basso costo della manodopera, dalla possibilità di importazione nel paese di prodotti finiti, e dalle bolle speculative borsistiche di quegli anni. Quando le imprese estere hanno cominciato a risentire della crisi internazionale e si sono ritirate dal paese, è arrivata la recessione (già alla fine del '98). Il PIL è caduto del 3.2% nel '99, dello 0.5% nel 2000, del 3,5% nel 2001. Con la caduta del PIL e il progressivo e inarrestabile indebitamento estero, lo stato non ha più potuto restituire interessi e capitale dei Bond agli investitori stranieri, coinvolgendo nel collassso anche migliai di piccoli risparmiatori in patria come all'estero, ad esempio in Italia. La recessione ha avuto conseguenze sul debito delle imprese. Addirittura nel 2000, tremila imprese hanno cessato le attività all’estero. La causa di tutto ciò non è da addebitare alla spesa pubblica, ma al pagamento degli interessi sul debito estero e all’esistenza di trasferimento di reddito ai ceti più abbienti. Il progredire della crisi per tutti gli anni ’90 portò all’emergere di un movimento di disoccupati, i piqueteros, che divenne subito un nuovo soggetto delle lotte popolari in Argentina. Si presentavano come alternativa ai sindacati, chiedevano lavoro e manifestavano attraverso blocchi stradali. Nel 2001 furono diversi i soggetti che protestavano; protestavano anche i ceti medi. La crisi economica era profonda, segnata dal debito estero, dalla bancarotta delle banche, (con il conseguente provvedimento governativo di imporre una sorta di sbarramento sul ritiro dei risparmi reclamati dalla gente, il "corallito") e dalle insopportabili condizioni di vita della classe lavoratrice. Così il 19 dicembre 2001 diversi soggetti sociali chiesero le dimissioni del governo. Alcuni pensavano che "l’insurrezione" del 2001 fosse andata oltre il suo obiettivo e che ci fosse una rivoluzione dietro l’angolo. In realtà non è stato così. Il 40% della popolazione, nei primi anni del 2000, vive in povertà e la scarsità di cibo riguarda il 25% degli argentini. La disoccupazione è al 21% e la precarizzazione colpisce il 70% della classe lavoratrice. Le diseguaglianze sono in espansione. Il presidente Kirchner eletto nel 2003 ha avviato una serie di cambiamenti che stanno richiedendo tempi più lunghi del previsto, l'opera viene continuata dalla moglie, eletta presidente allo scadere del suo mandato. Nestor Kirchner ha denunciato i misfatti del neoliberismo, ma non ha radicalmente intaccato le proprietà dei capitalisti. Denuncia le pressioni internazionali sui paesi poveri, ma ha continuato a ritenere prioritario il pagamento del debito estero. In Argentina si è assistito prima della rivolta del 2001 al fenomeno delle fabbriche autogestite dei lavoratori, che cercavano di non perdere il lavoro. La prima fabbrica ad essere occupata nel '96 fu una fabbrica di surgelazione. Gli operai si sono costituiti in cooperative. Alcune fabbriche fallite, espropriate sono state prese dagli operai. Oggi ci sono circa 170 aziende occupate e circa 10.000 operai che vi lavorano. In queste fabbriche sono scomparse le gerarchie interne e le entrate vengono suddivise in parti uguali fra tutti i lavoratori. In passato, invece, il 70% delle entrate era destinato ai proprietari. I proprietari, durante la crisi, a volte, abbandonavano le fabbriche perché erano in fallimento e non erano più in grado di pagare i debiti. Sotto la presidenza Kirchner la gestione delle fabbriche occupate da parte dei lavoratori è stata legalizzata ufficialmente. Nel 2008 Cristina Kirchner ha proposto una forma di redistribuzione delle entrate attraverso la leva fiscale, con l'aumento delle tasse sulla produzione agricola a carico dei latifondisti e degli allevatori. Ciò ha suscitato un'ondata di proteste e il blocco della produzione e della distribuzione agricola nel paese. Per pochissimi voti la riforma non ha potuto essere approvata in parlamento. Tuttavia a partire dal 2004 l'Argentina sta registrando una sensibile ripresa nella crescita del PIL.